Intervento di Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia
La 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si aprirà il 9 maggio con un mese di anticipo rispetto alle ultime edizioni. Con essa celebriamo il 120mo anno dalla prima Esposizione (1895).
La Mostra Internazionale del curatore si estenderà nel Palazzo delle Esposizioni ai Giardini (3.000 mq) e nell’Arsenale (8.000 mq) e in aggiunta le aree esterne.
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sabato 9 maggio 2015
domenica 23 novembre 2014
Se 120 è migliore di 77. La vittoria dei numeri è della Biennale
La 14. Mostra Internazionale di Architettura - Fundamentals ha chiuso il 23 novembre 2014 con 228.000 visitatori. Eccezionale anche l’attenzione dei media con oltre 3.357 giornalisti accreditati.
La Mostra, organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta e curata da Rem Koolhaas, durata 6 mesi, si chiude avendo ospitato 228.000 visitatori cui si aggiungono i 12.214 nel corso della vernice, dati non confrontabili con i 178.000 visitatori del 2012 (10.408 nel corso della vernice) su tre mesi di mostra.
giovedì 5 giugno 2014
LA BIENNALE DI VENEZIA | La 14. Mostra Internazionale di Architettura letta dall'art critic Giovanna M. Carli
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| Giovanna M. Carli, art critic, inviato speciale a La Biennale di Venezia 2014, ph. by Beatrice Del Giudice |
giovedì 9 agosto 2012
BIENNALE DI VENEZIA. Benvenuti in Italia: qui è un gran bazar!
L'Italia
è un guazzabuglio di creatività? Al grido di L'Arte non è Cosa
Nostra, duecento esponenti del mondo della cultura (invece che i
soliti noti appartenenti al mondo del sistema dell'arte
contemporanea) hanno scelto le opere da esporre nel Padiglione Italia
alla 54° Biennale “perché – dice Sgarbi - se è vero che l'arte
è “linguaggio e pensiero” - proprio loro dovrebbero “essere in
grado di comunicare almeno con l'ambito in cui [l'arte] pretenderebbe
di essere collocata”.
Una
sorta di democratizzazione dell'arte, sicuramente un modo per fare e
comunicare altro, indubbiamente una novità scomoda.
Che
la creatività e la capacità degli italiani siano invidiate in tutto
il mondo, come del resto altre cose (le bellezze artistiche, frutto
delle qualità predette, e quelle paesaggistiche, frutto del buon
Dio) è ormai un 'topos' e non solo letterario, ma che queste spesso
siano accompagnate da caos e da improvvisazione lo è, forse, ancora
di più.
Quali
polemiche allora sul Padiglione Italia se questo, per la prima volta
nella storia della Biennale, rispecchia qualità e limiti della
nostra Bella Italia?
Finalmente
un curatore che 'non cura' ma che mostra le cose come stanno. Ci
voleva Sgarbi, insomma?
Il
Padiglione Italia fa l'effetto di un bazar e come in tutti i bazar
che si rispettino, all'inizio si fa un po' fatica nella scelta. Sono
entrata nella bottega di un noto artigiano, sostenitore che un quadro
bello senza una bella cornice è senz'altro meno bello - come una
bella donna a cui manchi un bel vestito! - oppure in una stanza
privata dove un folle collezionista ha messo alla rinfusa dipinti,
foto, cornici (appunto), e quant'altro scelti in un momento di pura
follia?
In
un momento (questo) dove chi ha rifiutato di partecipare al
Padiglione Italia si sente “in” e chi c'è si sente “out”, do
il mio contributo per non sprecare le nostre italiche risorse e le
nostre italiche bellezze andando a vedere solamente i padiglioni
'stranieri' – in Italia è duro a morire il detto: l'erba del
vicino è sempre più verde – trovandoli più belli del nostro.
E
se proprio vogliamo cercare un antecedente storico, pensiamo a Sgarbi
come a Napoleone III quando, nel 1863, organizzò il Salon
des Refusés in
cui furono esposte le opere di quegli artisti (tra essi vi erano
Manet, Monet, Pissarro) rifiutate – ed erano oltre 3000 - dal Salon
“ufficiale” ovvero
quello dell'
Académie des beaux-arts
di Parigi.
Giovanna M. Carli
Immagini di Claudio Tàfani
Ne
è vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione.
Le ILLUMINazioni passate di Bice Curiger. TINTORETTO SUPERSTAR
La
Biennale guarda indietro ai grandi del passato. In un momento di
incertezza planetaria è come se l'arte e la creatività si
agganciassero a ciò che di certo c'è. Innovazioni e premonizioni,
come da sempre, ma con uno sguardo più attento alla storia
dell'arte.
Bice
Curiger,
curatrice di questa 54ma Esposizione Internazionale d’Arte della
Biennale di Venezia; storica dell’arte e critica, cofondatrice
della rivista «Parkett», la terza donna a ricoprire quel ruolo dopo
il duo María de Corral-Rosa Martínez nel 2005, insieme col
presidente della Biennale, Paolo Baratta, ha fortemente voluto la
presenza di tre grandi
tele di Jacopo
Robusti (detto il Tintoretto),
veneziano che più veneziano non si può.
Nacque
e morì nella città lagunare rispettivamente nel 1518 e nel 1594,
recando memoria di un passaggio epocale. Aveva solo nove anni quando
i Lanzichenecchi compirono il sacco di Roma (1527), una tragedia
appunto epocale, così come lo è stata quella dell'11 settembre per
noi. Sono gli eventi dopo i quali niente è più come prima, quegli
eventi, insomma, che lasciano dentro di te un senso di insicurezza
permanente, difficile da togliere.
L'inaspettato,
la brutalità, i luoghi simbolo deturpati, la ferinità che sopraffà
la bellezza, tanto sangue, detriti e macerie. Rovine.
Ecco
che poi l'uomo reagisce e l'arte registra e prima ancora che qualcosa
accada, anticipa. Si sperimenta. Curiger è una storica dell'arte e
ben ha fatto, a mio parere, a cercare un dialogo tra arte
contemporanea (ma cosa vuol dire? È
forse la grande domanda a cui cerca, da sempre, di rispondere la
Biennale. Oggi più di ieri) e storia dell'arte.
La
Soprintendenza per il Polo Museale Veneziano ha capito l'intento e ha
concesso in prestito alla Biennale le tre opere ora esposte nel
Padiglione Centrale ai Giardini.
Si tratta di: L’Ultima Cena (proveniente dalla Basilica di San Giorgio Maggiore); il Trafugamento del corpo di San Marco e la Creazione degli Animali (entrambe conservate presso le Gallerie dell’Accademia).
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Padiglione
Centrale Giardini
della Biennale 2010 Photo:
Giulio Squillacciotti Courtesy:
la Biennale di Venezia
|
Si tratta di: L’Ultima Cena (proveniente dalla Basilica di San Giorgio Maggiore); il Trafugamento del corpo di San Marco e la Creazione degli Animali (entrambe conservate presso le Gallerie dell’Accademia).
Tintoretto
ha dipinto il Trafugamento
del corpo di San Marco
per la Sala Capitolare della Scuola Grande di San Marco tra il 1562 e
il 1566.
La
Creazione
degli animali
è stata realizzata tra il 1551 e il 1552 per l’Albergo della
Scuola della Trinità come parte di un ciclo ispirato alle storie
della Genesi. Infine, la grande tela raffigurante l’Ultima
Cena
è stata dipinta per la Basilica di San Giorgio Maggiore, ed è una
delle sue ultime e più significative opere, dipinta quando aveva
settantatré anni, due anni prima di morire.
Una
sorta di 'summa' luminescente, con tocchi rapidi e serrati, per una
narrazione 'sui generis', di sicuro impatto innovativo.
“Questi
dipinti di Tintoretto - ha
dichiarato Bice Curiger
- uno degli artisti più sperimentali nella storia dell’arte
italiana, esercitano un fascino particolare per la loro luce
estatica, quasi febbrile, e per il loro approccio temerario alla
composizione che capovolge l’ordine classico e definito del
Rinascimento...”. “Quel Tintoretto all’ingresso della Mostra –
le
fa eco Paolo Baratta, Presidente della Biennale
- è una presenza tutt’altro che ovvia...un monito agli artisti
viventi a non indulgere nelle convenzioni!”. Si tratta, infatti, di
un tema molto caro a Tintoretto se è vero come è vero che in vita
elaborò e rielaborò numerose volte l'Ultima
Cena
di cui quella in mostra è l'ultima versione, vero riepilogo di
bravura e di trasgressione da parte dell'autore, ormai esperto sia
del linguaggio iconografico sia della tecnica tanto da poter
trasgredire e l'uno e l'altra. L'iconografia
è quella controriformata con note popolari in aggiunta: il gatto che
ruba il cibo da un cesto (in primo piano) e la fantesca che dà
l'avvio col suo braccio sinistro a una
serie di nature morte,
quasi prove di bravura del Tintoretto, ma anche utili a ricostruire
il senso del miracolo che avviene nel quotidiano, sulla terra,
durante una cena. La tecnica esperita del pittore fa sì che la scena
prenda
luce esclusivamente dalla lanterna
collocata sulla sinistra (guardando il dipinto) e dall'aureola quasi
fluorescente del Cristo. Colpi di luce come colpi di accesa passione
e un trasalimento coglie gli astanti. Il
tavolo è la vera novità della composizione
perché collocato così in diagonale è capace di dilatare lo spazio
e creare un effetto di richiamo sullo spettatore.
Per
gli artisti dell'arte d'oggi un invito a trasgredire nella regola e a
non perdere di vista la luce, vero miracolo dell'arte stessa.
L'immagine di Giovanna Maria Carli è stata scattata da Claudio Tàfani
Per le altre immagini: COURTESY LA BIENNALE DI
VENEZIA
Ne è vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione.
IL FURTO DI FISCHER. LIKE A CANDLE
Sono
all'Arsenale.
Una porta aperta e molta gente. È
il luogo dove espone Urs Fischer.
Un Ratto
delle Sabine
di Giambologna
'like a candle'.
| ph. by Giodì, all rights reserved |
Quasi un souvenir da accendere nelle notti d'estate in qualche party
a bordo piscina, se non fosse per quella figura maschile, a grandezza
naturale, a cui fiammeggia l'intelletto come ai tempi
dell'Enciclopédie.
La sua sedia da ufficio che arde all'apice dello schienale...stranezze dell'arte d'oggi, dagli effetti sorprendenti. E il pubblico gradisce questo estatico tormento, trittico tra arte antica, uomo moderno diviso tra la contemplazione del sublime (il bello che si consuma o che è consumato) e l'alienazione del quotidiano ufficio/pensiero.
La sua sedia da ufficio che arde all'apice dello schienale...stranezze dell'arte d'oggi, dagli effetti sorprendenti. E il pubblico gradisce questo estatico tormento, trittico tra arte antica, uomo moderno diviso tra la contemplazione del sublime (il bello che si consuma o che è consumato) e l'alienazione del quotidiano ufficio/pensiero.
| ph. by Giodì, all rights reserved |
Si
arde e ci si illumina a questa Biennale dal sapore antico.
Avevo
già avuto modo di apprezzare la potenza evocativa di Urs vedendo dal
vero l'installazione potente, evocativa, ancestrale: una
casetta di Hänsel e Gretel che
invece di essere fatta di dolci è fatta di solo pane, anzi di una
varietà cospicua di pane, simbolo di vita, che diventa tetto
(abitazione) e che si disgrega a seconda di un movimento, di
un'intemperie, del tempo.
Le
opere di Fischer come gigantesche nature morte di oggi, potenti,
evocative, ancestrali.
Autore: Giovanna M. Carli
Autore: Giovanna M. Carli
Photo
by Giodì, Giovanni Tancredi e Tafi
Ne
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Urs Fischer
LA BALENA SPIAGGIATA. Uno starnuto ci libererà
Uno
degli incontri più strani che si possano fare passeggiando per
l'Arsenale in direzione Padiglione Italia, spingendosi in fondo dove
ci sono i cantieri aperti sul canale, è questa balena spiaggiata
che, grazie
a un semplice starnuto, ha reso libero Geppetto, il prototipo del
buon padre di tutti i tempi,
anzi dei nostri tempi italo-europei.
Un
padre accondiscendente, che vizia e che rende consapevoli della
colpa, da espiare, da parte del figlio, con un 'bon geste' finale. E
la colpa del padre è di aver dato tutto, forse troppo, al figlio
ingrato ma anche e soprattutto, avere
fatto di un tronco di legno, poi burattino animato, il proprio
figlio. Il padre che pecca di
hýbris:
il peccato d'orgoglio che l'uomo compie sfidando gli dei, quasi a
volersene sostituire.
L'autore,
Loris Gréaud, giovane artista francese di talento, poliedrico è
l'esatto opposto dell'artista solitario e saturnino.
Ama, infatti, lavorare in team, circondandosi di esperti.
Per
questa sua creazione che invita a meditare entrando (espiando?) nel
ventre del cetaceo, non a caso intitolato 'The Geppetto Pavillon', si
è avvalso infatti di scienziati, esperti di edilizia, oceanografi e
storici partendo
dall'archetipo biblico di Giona che trascorre tre giorni nel ventre
della balena per uscirne rinnovato spiritualmente.
Iniziazione spiriturale che può compiere anche il visitatore
entrando nel ventre dell'animale attraverso una botola per sostare
quanto basta per una seconda rinascita.
La
scultura gigantesca è realizzata in resina, berglass, metallo, neon,
legno ed è dotata di un sistema elettrico che ne illumina l'interno.
Progettata
dall'artista e il suo team, selezionato per l'occasione, per ospitare
di notte i visitatori, vero rito di iniziazione, ricorda che ogni
anno circa 200 mammiferi si arenano. Molti sono i dipinti antichi
che
descrivono questo evento capace di sorprendere, di affascinare, di
sedurre e di far riflettere.
Ieri
soprattutto meraviglia, oggi dolore e sconcerto per un mondo sempre
più sfruttato economicamente a discapito dell'etica umana, animale.
Anche
di questo parla la Biennale: di luce, di ombre, di spiritualità.
Non
ci resta che aspettare lo starnuto per liberarci da ciò che ci tiene
'costretti', rispettando più noi stessi, e con noi ciò che ci
circonda.
Giovanna M. Carli
Photo
by Claudio Tàfani
Ne
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